Dalla comodità di una vita già costruita alla necessità di ricominciare da zero. E a tutte le cose che ho capito soltanto quando ho smesso di darle per scontate.
All’inizio del 2025 avevo una vita che, vista dall’esterno, poteva sembrare perfettamente avviata. Vivevo in una bellissima casa alle porte di Milano, avevo un lavoro stabile in ufficio, un’auto aziendale, amici e famiglia a pochi chilometri di distanza. Lavoravo da diversi anni, avevo raggiunto una buona stabilità economica e potevo permettermi molte delle cose che desideravo.
Eppure, da tempo, continuavo a pensare alla possibilità di partire. L’idea di trascorrere i successivi trent’anni seguendo più o meno la stessa routine mi spaventava, soprattutto perché avevo la sensazione che ci fossero ancora tantissime cose che volevo scoprire e che, continuando a rimandare, avrei rischiato di non fare mai.
Non stavo scappando da una vita terribile e non avevo particolari problemi economici. Avevo però iniziato a chiedermi se quello che mi ero costruito fosse davvero ciò che desideravo per il mio futuro. Mi piaceva la possibilità di viaggiare, conoscere persone diverse, scoprire altre culture e provare a vivere fuori dall’ambiente nel quale ero cresciuto.
C’è una cosa, però, che oggi riconosco e che all’epoca non vedevo affatto con la stessa chiarezza: davo per scontato quasi tutto quello che avevo. Consideravo abbastanza normale avere un lavoro stabile, una casa confortevole, un’auto aziendale e la possibilità di organizzare la mia vita senza preoccuparmi troppo dei soldi. Mi sembrava semplicemente il risultato degli anni trascorsi a lavorare e delle scelte che avevo fatto.
Soltanto molto più tardi avrei iniziato a rendermi conto di quanta fortuna ci fosse stata dietro quella normalità.
La comodità ha un prezzo
Lasciare una situazione difficile può sembrare una scelta logica. Lasciarne una comoda, invece, è molto più complicato da spiegare.

Da un lato mi piaceva la vita che avevo costruito e soprattutto la libertà economica che mi permetteva di fare tante cose senza doverci pensare troppo. Dall’altro, più passava il tempo, più avevo paura che proprio quelle comodità sarebbero diventate un motivo per rinunciare a partire.
Mi immaginavo a quarant’anni, magari ancora nello stesso ambiente lavorativo, con una casa, un mutuo e una routine dalla quale sarebbe stato sempre più difficile uscire. Non c’era niente di necessariamente sbagliato in quella prospettiva, ma non riuscivo a smettere di chiedermi come sarebbe stato vivere dall’altra parte del mondo.
Avevo la possibilità di scoprirlo in quel momento e temevo che, continuando a rimandare, un giorno non avrei più avuto la stessa libertà.
La cosa paradossale è che, mentre desideravo tanto abbandonare quella comfort zone, non mi rendevo davvero conto di quanto fosse privilegiata la posizione dalla quale stavo scegliendo di partire. Ero concentrato soprattutto su quello che sentivo mancarmi, sulle esperienze che volevo fare e su quello che avrei potuto ottenere altrove.
A molte delle cose che avevo già dedicavo pochissima attenzione, probabilmente perché ero convinto che mi spettassero.
Aerei da venti euro e notti in aeroporto
Io e Maja, la mia compagna dal 2022, abbiamo sempre avuto una certa passione per i viaggi poco convenzionali. Quando vivevamo in Italia passavamo parecchio tempo a cercare voli economici verso qualche destinazione europea, spesso scegliendo dove andare semplicemente in base al prezzo del biglietto.
Ci capitava di organizzare un weekend improvvisato, dormire in aeroporto per risparmiare sull’alloggio, prendere voli alle prime luci dell’alba e magari tornare direttamente al lavoro senza nemmeno passare da casa. A volte bastavano dieci euro di differenza per convincerci a scegliere l’opzione più assurda.
Era quasi un gioco. Ci divertiva cercare di visitare quanti più posti possibile spendendo poco, rinunciando a qualche comodità e adattandoci a qualsiasi situazione. Potevamo permetterci sistemazioni migliori e viaggi più organizzati, ma spesso preferivamo proprio quel modo un po’ improvvisato di partire.

Quando abbiamo deciso di lasciare l’Italia, la nostra prima destinazione è stata il Sud-est asiatico. Per circa due mesi abbiamo attraversato Thailandia e Vietnam, dormendo sui traghetti, per terra, in case condivise e qualche volta anche in hotel di lusso.

In Paesi dove con relativamente pochi soldi avremmo potuto concederci sistemazioni confortevoli per tutta la durata del viaggio, abbiamo spesso scelto diversamente. Ci piaceva conoscere le persone, esplorare i luoghi meno turistici, mangiare nei piccoli ristoranti locali e scoprire come si svolgesse la vita quotidiana in contesti completamente diversi da quelli a cui eravamo abituati.
Durante quel viaggio abbiamo incontrato tante persone, visto paesaggi incredibili e scoperto abitudini che inizialmente ci sembravano stranissime. È una delle cose che continuo ad amare di più del viaggiare: renderti conto che quello che hai sempre considerato normale dipende moltissimo dal luogo in cui sei cresciuto.
Ripensandoci oggi, però, credo che quelle esperienze fossero state soltanto una preparazione per quello che ci aspettava in Australia. Fino a quel momento potevamo permetterci di scegliere quando rinunciare alle comodità e quando tornare ad averle. Da lì a poco avremmo scoperto cosa significasse vivere per davvero in un Paese straniero, con tutti i problemi quotidiani che questo comporta.
L’Australia non era una vacanza
Alla fine di maggio 2025 siamo atterrati a Perth, questa volta senza un viaggio di qualche settimana già organizzato e senza un biglietto di ritorno ad aspettarci. Dovevamo procurarci un mezzo di trasporto, trovare lavoro, sistemare documenti e certificazioni e capire come costruirci una nuova quotidianità dall’altra parte del mondo.
Abbiamo comprato un Mitsubishi Triton del 2006, un vecchio fuoristrada con circa 300.000 chilometri sulle spalle, ci abbiamo dedicato tempo e soldi per renderlo adatto ai nostri viaggi e siamo partiti verso nord.
Kalbarri, Shark Bay, Coral Bay, Ningaloo, Exmouth. Abbiamo attraversato alcuni dei luoghi più belli che avessimo mai visto, passando settimane tra spiagge deserte, strade infinite e paesaggi che ancora oggi faccio fatica a descrivere.
Poi siamo arrivati a Karratha, una cittadina industriale nel Pilbara che sarebbe diventata casa nostra per diversi mesi.
Ed è proprio lì che ho iniziato a capire quanto fosse diversa la vita di chi viaggia da quella di chi deve effettivamente vivere in un Paese straniero.
Le notti in aeroporto, i pasti improvvisati e le sistemazioni scomode erano divertenti quando sapevo che dopo qualche giorno sarei tornato a Milano, nel mio letto e con tutte le mie abitudini. Quando invece devi cercare casa, trovare lavoro, fare i conti con i soldi che continuano a diminuire e adattarti a una quotidianità completamente nuova, quelle stesse difficoltà assumono un significato diverso.
Abbiamo iniziato a vivere in case condivise, lavorare per undici ore al giorno, svegliarci quando fuori era ancora buio e organizzare le giornate in funzione di turni che fino a pochi mesi prima non avremmo nemmeno immaginato.

Eppure, anche durante i primi mesi in Australia, continuavo a portarmi dietro gran parte della mentalità con cui ero partito dall’Italia. Avrei impiegato parecchio tempo a rendermene conto.
Ricominciare da zero
In Italia avevo lavorato per aziende importanti, tra cui Vertiv e Schneider Electric. Avevo un lavoro tecnico, poi una posizione d’ufficio, un’auto aziendale, le trasferte, i pranzi pagati e tutta una serie di vantaggi che, con il tempo, erano diventati parte della mia quotidianità.

Ero abbastanza orgoglioso di quella posizione. Mi piaceva l’idea di lavorare per aziende conosciute, indossare la camicia per andare in ufficio, partecipare alle riunioni, visitare clienti importanti e avere un biglietto da visita con un ruolo che suonava bene.
Oggi, ripensandoci, mi rendo conto che ero molto più affezionato allo status che quei lavori mi avevano dato che al lavoro in sé.
Non mi sono quasi mai sentito davvero a mio agio in quelle posizioni e, per quanto possa sembrare assurdo, spesso ero il primo a lamentarmi di quello che facevo. Avevo ottenuto una situazione lavorativa che tante persone della mia età mi invidiavano, ma invece di impegnarmi per crescere e sfruttare quelle opportunità, finivo per concentrarmi su quello che non mi piaceva.
Ho sempre avuto una certa facilità a ottenere quello che mi mettevo in testa. Sono testardo, caparbio e, quando voglio raggiungere un obiettivo, so impegnarmi parecchio. Il problema è che, una volta ottenuto quello che desideravo, spesso perdevo interesse e iniziavo a cercare la strada più semplice per ottenere risultati accettabili con il minimo sforzo.
Nel lavoro questo atteggiamento mi ha accompagnato più spesso di quanto oggi mi faccia piacere ammettere.
Non avevo sviluppato tutta quella preparazione tecnica che il mio curriculum avrebbe potuto far immaginare e, in molti casi, mi ero accontentato di quello che sapevo già fare. Eppure ero convinto di essermi meritato pienamente la posizione che occupavo.
Quando sono arrivato in Australia mi portavo dietro quella stessa convinzione. Pensavo che aver lavorato per aziende così conosciute sarebbe stato sufficiente a farmi trovare rapidamente un buon lavoro. Nella mia testa, quei nomi sul curriculum avrebbero dovuto spalancarmi parecchie porte.
La realtà è stata molto diversa.
Mi sono ritrovato a fare il giardiniere, a pulire bagni e a svolgere lavori che non avrei mai immaginato di fare soltanto pochi mesi prima. Ero uno dei tanti stranieri arrivati in Australia con un Working Holiday Visa, parlavo inglese con un accento diverso e nessuno sembrava particolarmente interessato ai nomi delle aziende per cui avevo lavorato in Italia.

Questa situazione inizialmente mi pesava parecchio, soprattutto perché ero convinto di poter fare molto di più e di meritare qualcosa di meglio. Mi capitava di sentirmi sottovalutato, di irritarmi quando qualcuno mi spiegava cose che consideravo banali e di pensare che le persone intorno a me non avessero capito chi fossi davvero.
Ripensandoci oggi, credo che l’Australia abbia dato uno schiaffo piuttosto forte al mio ego.
La mia autostima non è mai stata particolarmente bassa e non credo che questa esperienza l’abbia distrutta. Il problema era piuttosto il modo in cui guardavo me stesso rispetto agli altri. Anche quando mi mostravo disponibile e modesto, sotto sotto tendevo a considerarmi più intelligente, più capace o semplicemente migliore delle persone che avevo intorno.
Ero umile, ma soprattutto a parole.
Ammetterlo oggi mi costa meno di quanto mi sarebbe costato un anno fa, probabilmente proprio perché ho iniziato a comprendere quanto quell’atteggiamento condizionasse il mio modo di vivere e di rapportarmi agli altri.
Non è qualcosa che ho capito dopo una settimana di lavoro o grazie a un singolo episodio. Mi ci sono voluti mesi, diverse esperienze e parecchie riflessioni personali. E ci sono ancora tante cose sulle quali sto cercando di lavorare.
Ma credo che questo sia stato uno dei cambiamenti più importanti iniziati durante il mio primo anno in Australia.
Quello che prima non vedevo
Vivere e lavorare all’estero mi ha fatto conoscere persone con storie completamente diverse dalla mia. Ho lavorato insieme a ragazzi arrivati da ogni parte del mondo, alcuni in Australia per viaggiare, altri per guadagnare e altri ancora con la speranza di costruirsi un futuro migliore di quello che avrebbero potuto avere nel proprio Paese.
Per la prima volta mi sono trovato, almeno in parte, nella situazione di chi arriva in un Paese straniero e deve ricominciare senza poter contare sui punti di riferimento che aveva a casa.
Naturalmente ero consapevole di avere una via d’uscita. Ero partito per scelta, avevo dei risparmi e, se le cose fossero andate veramente male, avrei potuto prendere un aereo e tornare in Italia. Molte delle persone che ho conosciuto non avevano questa possibilità, oppure avrebbero dovuto affrontare conseguenze ben più importanti per farlo.
Anche questa è stata una delle cose che ho impiegato del tempo a comprendere davvero.
Ho iniziato a guardare con maggiore rispetto le situazioni degli altri e, soprattutto, a interrogarmi su quanto fossero fondate alcune delle convinzioni che avevo su me stesso. Mi sono reso conto di aver giudicato troppo spesso le persone in base al lavoro che facevano, a come parlavano o a quello che avevano ottenuto, senza conoscere praticamente nulla della loro storia.
Allo stesso tempo, ho cominciato a guardare alla mia vita precedente con una riconoscenza che prima non provavo.
Questo non significa che oggi desideri tornare a lavorare in un ufficio a Milano. Anzi, continuo a pensare che partire sia stata una delle decisioni più importanti che abbia preso. Semplicemente, ho iniziato a riconoscere il valore delle opportunità che avevo avuto, della stabilità economica che mi ero costruito e delle persone che mi erano state vicine, anche quando io ero troppo impegnato a cercare qualcosa di meglio per accorgermene.
E soprattutto ho iniziato a capire che il fatto di aver ottenuto determinate cose non significava necessariamente essere migliore di qualcun altro.
Ne è valsa la pena?
Non so se esista una risposta definitiva, anche perché questa esperienza è ancora in corso e continuo a cambiare idea su tante cose.
Ci sono giorni in cui sono felice di essere dall’altra parte del mondo e altri nei quali mi pesa moltissimo essere lontano dalla mia famiglia, dagli amici e dalle persone a cui voglio bene. Mi chiedo spesso quante cose mi stia perdendo mentre sono qui, quanto tempo trascorrerà prima che possa rivedere alcune persone e se, un giorno, rimpiangerò di aver passato così tanti anni lontano da casa.
Non mi manca particolarmente la vita che facevo in Italia, ma mi mancano le persone che ne facevano parte. E questa è una differenza che negli ultimi mesi ho imparato a sentire sempre di più.
Allo stesso tempo, so che se fossi rimasto probabilmente avrei continuato a inseguire gli stessi obiettivi, dando per scontate molte delle cose che avevo e cercando continuamente nuove conferme del mio valore.
Oggi mi interessa molto di più capire cosa voglio fare del mio tempo e che tipo di persona desidero diventare. Ho ancora tanti difetti, continuo a essere testardo, impaziente e a volte troppo esigente con me stesso, ma sto cercando di capire quanto di quello che faccio nasca da un desiderio autentico e quanto invece dal bisogno di dimostrare qualcosa agli altri.
Non è un percorso concluso e non so nemmeno se lo sarà mai. Per la prima volta, però, sento di voler migliorare soprattutto per me stesso, perché ho una sola vita e vorrei viverla nel modo più pieno possibile.
Ho creato Fuori Cartolina anche per raccontare tutto questo, insieme ai viaggi, alle fotografie, ai lavori improbabili, alle amicizie e alle esperienze che sto vivendo.
Ci saranno spiagge spettacolari, viaggi nell’outback e paesaggi incredibili, ma anche turni massacranti, case condivise, decisioni sbagliate e giornate assolutamente normali. Tutte quelle cose che difficilmente finirebbero in una fotografia o in un post su Instagram, e che spesso sono proprio quelle che ricordo di più.
Le cartoline mostrano una piccola parte di un viaggio, quella che scegliamo di far vedere agli altri. A me interessa raccontare anche tutto il resto, perché è proprio lontano da quella rappresentazione perfetta che ho vissuto alcune delle esperienze più importanti della mia vita.
La vita vera è fuori dalla cartolina.

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