Un vecchio fuoristrada, una tenda da tetto e la nostra prima avventura attraverso il Western Australia.
88 giorni, 3 mesi, 12 payslip settimanali. Era questo, più o meno, quello che avevamo in testa per ottenere il secondo Working Holiday Visa. In realtà le regole per completare il lavoro specifico sono un po’ più complicate, ma per noi quei numeri erano diventati il primo grande obiettivo da raggiungere in Australia.
Tutti i backpacker appena arrivati si precipitano a cercare i lavori più disparati: chi nelle farm, tra fattorie, cattle station e piantagioni, chi cerca un lavoro FIFO (Fly-in Fly-out), spesso nelle pulizie, e chi parte alla volta delle zone più remote dell’Australia, dove molti lavori permettono di completare il requisito dei tre mesi di lavoro.
Io e Maja, insieme a mia cugina Giulia e al suo compagno Luca, avevamo proprio deciso di spostarci nel nord del Western Australia, in cerca di qualunque lavoro pur di completare i famosi 88 giorni.
Abbiamo comprato un’auto, un Mitsubishi Triton del 2006 con circa 300.000 chilometri sulle spalle, ci abbiamo piazzato sopra una rooftop tent (tenda da tetto) comprata su Facebook Marketplace — chi usa ancora Facebook? TUTTI GLI AUSTRALIANI — e abbiamo fatto scorta di attrezzatura da campeggio da Kmart, probabilmente il mio negozio preferito in Australia, dove trovi DI TUTTO a prezzi ridicoli.
Avevamo comprato fornelli, sedie, tavolini, cassettoni di plastica e tutto quello che pensavamo potesse servirci per vivere qualche settimana in macchina. Dopo aver caricato il Triton, sistemato alla meglio quello che non ci stava e controllato per l’ennesima volta di non aver dimenticato nulla, siamo finalmente partiti.
Per dove? Non lo sapevamo ancora di preciso…
Il nostro primo road trip australiano
La nostra prima tappa è stata il Pinnacles Desert, uno dei luoghi più particolari che avessimo mai visto, con enormi distese di sabbia e formazioni rocciose che spuntano dal terreno.

Da lì abbiamo continuato a risalire la costa occidentale, attraversando territori sempre meno abitati, con strade lunghissime e intere giornate durante le quali incontravamo pochissime persone. Spesso rimanevamo senza connessione internet per ore, a volte per giorni, e passavamo il tempo esplorando spiagge, percorrendo piste sterrate e cercando un posto dove fermarci a dormire.
Eravamo soltanto io, Maja, Giulia, Luca e le nostre auto, con tutto quello che avevamo deciso di portarci dietro. Abbiamo presto imparato sulla nostra pelle che il campeggio non è così aesthetic come si vuole far credere sui social.
Aprire e chiudere ogni giorno la tenda, usata e con la cerniera rotta (quante maledizioni!), cucinare con il vento che continuava a spegnere la fiamma, il frigorifero che a volte funzionava e altre volte si spegneva senza motivo, i cassettoni di plastica comprati da Kmart che con le vibrazioni del fuoristrada si spaccavano puntualmente, il freddo durante la notte… insomma, la vita da campeggiatori aveva decisamente qualche inconveniente.
Anche preparare una semplice cena poteva diventare complicato, soprattutto quando arrivavamo stanchi dopo una giornata di guida e dovevamo ancora trovare un posto dove fermarci, aprire la tenda, sistemare le sedie e tirare fuori tutto quello che serviva per cucinare. Il giorno dopo, naturalmente, dovevamo rimettere tutto in macchina prima di ripartire.

In compenso, ci svegliavamo davanti a paesaggi mozzafiato, passavamo le serate sotto cieli pieni di stelle, trascorrevamo giornate intere immersi nella natura e ogni tanto facevamo anche qualche incontro piuttosto particolare con gli animali locali, alcuni dei quali erano talmente strani che non riuscivamo nemmeno a capire cosa stessimo guardando.


Ci stavamo divertendo parecchio, anche se avremmo presto scoperto quanto potesse diventare complicato trovarsi in difficoltà in un luogo così isolato.
“Lucky” Bay
Durante una delle nostre escursioni in fuoristrada, io e Maja abbiamo deciso di seguire alcune tracce di pneumatici sulla spiaggia di Lucky Bay, nella zona di Kalbarri. Era pomeriggio, eravamo soli e senza connessione internet, ma quelle tracce ci sembravano un’indicazione abbastanza rassicurante del fatto che altre auto fossero già passate di lì.
Abbiamo proseguito per circa quindici minuti, fino a quando abbiamo deciso di tornare indietro. Durante la manovra siamo usciti dai solchi lasciati dalle altre auto e il Triton è rimasto impantanato nella sabbia. Bogged, come dicono gli australiani.

Inizialmente non ci siamo persi d’animo: siamo scesi dalla macchina e abbiamo cominciato a scavare per togliere la sabbia dalle ruote, convinti che con un po’ di pazienza saremmo riusciti a liberarci. Abbiamo provato e riprovato a ripartire, ma a ogni tentativo la macchina sembrava sprofondare sempre di più. Nel frattempo il sole iniziava a tramontare e noi eravamo ancora lì, su una spiaggia isolata, con un fuoristrada di quasi due tonnellate bloccato nella sabbia.
A quel punto abbiamo deciso di chiamare la polizia per chiedere aiuto. Eravamo a circa 150 chilometri da Geraldton e non avevamo idea di come riuscire a uscire da quella situazione. L’agente con cui abbiamo parlato ci ha spiegato che durante la notte la marea sarebbe salita e che, trovandoci abbastanza vicini all’acqua, rischiavamo seriamente di essere raggiunti dall’oceano.
Non avevamo scelta: dovevamo abbandonare la macchina e tutto quello che avevamo per cercare di metterci in salvo.
Pensare di lasciare il Triton lì è stato terribile. Avevamo investito una parte importante dei nostri risparmi per acquistarlo e prepararlo, e in quel momento rappresentava praticamente la nostra casa. Tutti i bagagli, l’attrezzatura da campeggio e tutto ciò che possedevamo in Australia erano dentro quella macchina.
Ma ormai stava diventando buio e continuare a scavare non sembrava avere più alcun senso.
Ci siamo incamminati lungo la spiaggia, gridando aiuto e cercando qualcuno che potesse sentirci. Abbiamo camminato per quasi un’ora nel buio più assoluto, senza incontrare nessuno, fino a quando in lontananza ho intravisto alcune luci. Qualcuno stava campeggiando sulla spiaggia e ci siamo precipitati in quella direzione, sperando che potessero aiutarci.
Quando siamo arrivati abbiamo scoperto che si trattava di un gruppo di YouTuber australiani appassionati di fuoristrada. La prima cosa che hanno fatto quando ci hanno visti arrivare disperati è stata accendere una telecamera e chiederci di ripetere chi fossimo e cosa ci fosse successo. Vi lascio immaginare quanto avessimo voglia di raccontare la nostra disavventura davanti a una telecamera in quel momento!
Fortunatamente, quando hanno capito la situazione, hanno preso al volo la sfida e ci hanno accompagnati con i loro fuoristrada super modificati fino al nostro Triton, che nel frattempo era rimasto piantato nella sabbia.
Dopo circa mezz’ora di tentativi e sforzi congiunti siamo finalmente riusciti a liberare la macchina. Ho guidato pianissimo fino al campeggio dove avevamo lasciato Giulia e Luca, ancora molto scosso per quello che era successo. Anche Maja era turbata e nessuno dei due riusciva davvero a realizzare quanto ci fossimo avvicinati a una situazione ben più grave.

Quando siamo arrivati al campeggio abbiamo trovato una macchina della polizia ad aspettarci. I nostri cugini non sapevano dove fossimo da ore e nel frattempo gli agenti erano arrivati per verificare che stessimo bene.
I ragazzi che ci avevano salvato avevano bevuto durante la serata e non volevano rischiare problemi con la polizia. Noi, ancora sotto shock, gli abbiamo chiesto almeno di aiutarci a spiegare quello che era successo, perché facevamo davvero fatica a trovare le parole per raccontare tutta la vicenda.
Ci hanno accontentati, i poliziotti li hanno ringraziati per l’aiuto e sono ripartiti verso Geraldton. Anche i nostri soccorritori sono tornati sulla spiaggia e noi siamo finalmente rimasti soli con Giulia e Luca. È stato in quel momento che io e Maja siamo scoppiati a piangere: avevamo letteralmente visto la morte in faccia.
Ricordo di aver mangiato un uovo, una delle poche cose che avevamo a disposizione, e di essere poi salito ancora tremante nella nostra tenda da tetto. Quella notte è stata l’unica di tutto il nostro viaggio in campeggio durante la quale ha diluviato senza mai smettere. Il vento faceva barcollare la macchina e una tempesta ha quasi distrutto la tenda, mentre io continuavo a pensare a cosa sarebbe potuto succedere se fossimo rimasti su quella spiaggia, senza riuscire a liberare il Triton prima dell’arrivo dell’alta marea.
Eravamo lì, vivi, e avevamo capito che con l’Australia non si scherza. Fino a quel momento avevamo affrontato il viaggio con tanto entusiasmo e una buona dose di incoscienza, senza renderci davvero conto di quanto potessero essere pericolosi l’isolamento, le distanze, le condizioni del terreno o il cambiamento delle maree.
Il rispetto per il luogo in cui ti trovi, la consapevolezza dei pericoli e la preparazione per affrontare quello che potrebbe succedere sono cose che nessuno ci aveva mai insegnato e che fino a quel momento non avevamo mai dovuto imparare davvero. È bastata quella notte per cambiare per sempre il nostro modo di affrontare l’avventura.
Il viaggio continua, ma i soldi diminuiscono
Il giorno successivo siamo ripartiti, decidendo di separarci dai miei cugini per continuare il viaggio da soli. Nonostante quello che era successo, avevamo ancora tanta voglia di esplorare e nei giorni successivi abbiamo visitato alcuni dei posti più belli del Western Australia, tra cui Francois Peron National Park, Coral Bay ed Exmouth.

Continuavamo a vivere nella nostra macchina, a campeggiare e a percorrere chilometri alla scoperta di luoghi incredibili. Nel frattempo, però, un pensiero sempre più insistente aveva cominciato a farsi strada: le settimane passavano, non lavoravamo ormai da mesi e l’Australia si stava rivelando un Paese decisamente costoso.
Avevamo investito una parte consistente dei risparmi nell’acquisto e nella preparazione del Triton, senza contare il costo del viaggio, il carburante, il cibo e tutto quello che continuavamo a comprare per sistemare la nostra piccola casa su quattro ruote. Ci stavamo divertendo tantissimo, ma iniziavamo a renderci conto che non avremmo potuto continuare così ancora per molto: dovevamo trovare un lavoro.
Ma che lavoro cerchi dall’altra parte del mondo, in inglese, in luoghi così remoti che spesso ci sono soltanto una stazione di servizio, un pub e un supermercato?
È quello che ci siamo chiesti quando abbiamo iniziato a distribuire curriculum a Onslow, una piccola cittadina costiera nel nord del Western Australia. Siamo rimasti lì tre giorni, entrando nelle poche attività commerciali, fermando passanti per chiedere se conoscessero qualcuno che cercava personale e trascorrendo ore in biblioteca a rifinire i nostri resume, come vengono chiamati i curriculum in Australia.
Passavamo continuamente dal computer al telefono, controllando le offerte di lavoro, modificando le candidature e cercando di capire perché nessuno ci chiamasse. La risposta a molte di quelle domande l’avrei trovata quasi un anno dopo, quando avrei imparato a conoscere molto meglio il mercato del lavoro australiano, ma in quel momento eravamo completamente spaesati.
Abbiamo lasciato Onslow piuttosto scoraggiati, con una domanda che continuava a tormentarmi: e se nessuno ci assume?
Nel frattempo Giulia e Luca erano arrivati a Karratha, un’altra cittadina industriale del nord del Western Australia, e avevano addirittura trovato un lavoro. Io ero riluttante a raggiungerli, perché dopo l’esperienza di Onslow avevo paura di trovarmi nella stessa situazione e avrei preferito proseguire fino a Broome, una città più grande che immaginavo potesse offrire molte più opportunità.
In ogni caso dovevamo comprare cibo, fare rifornimento d’acqua e avevamo anche voglia di rivedere Giulia e Luca, così abbiamo deciso di fermarci qualche giorno a Karratha prima di continuare verso nord.
Non avevamo ancora trovato lavoro e non sapevamo quanto tempo ci sarebbe voluto per riuscirci. Avevamo soltanto deciso di concederci un’altra sosta e capire cosa fare una volta arrivati.
Alla fine, ancora una volta, le cose sarebbero andate molto diversamente da come le avevamo immaginate.

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