Autore: Luca Gaeta

  • Gli 88 giorni. Cinque mesi a Karratha.

    Gli 88 giorni. Cinque mesi a Karratha.

    Dovevamo fermarci soltanto qualche giorno per cercare lavoro. Siamo rimasti cinque mesi, abbiamo completato gli 88 giorni e abbiamo scoperto una vita che non avevamo mai immaginato.

    Quando io e Maja siamo arrivati a Karratha, nel nord del Western Australia, non avevamo ancora trovato un lavoro e iniziavamo a preoccuparci seriamente di quanto ci sarebbe costato continuare a viaggiare senza uno stipendio.

    Eravamo partiti da Perth con il nostro vecchio Mitsubishi Triton, una tenda da tetto e l’idea di risalire la costa occidentale fino a trovare un lavoro valido per completare gli 88 giorni richiesti per il secondo Working Holiday Visa. Avevamo attraversato luoghi incredibili, trascorso settimane a campeggiare e vissuto qualche avventura che avremmo preferito evitare, ma nel frattempo i soldi continuavano a diminuire e nessuno sembrava particolarmente interessato ad assumerci.

    Tre giorni trascorsi a cercare lavoro a Onslow non avevano portato praticamente a nulla e io avrei preferito continuare verso Broome, dove immaginavo ci fossero molte più opportunità. Mia cugina Giulia e il suo compagno Luca, invece, erano già arrivati a Karratha e avevano trovato lavoro, così abbiamo deciso di raggiungerli per qualche giorno, anche perché avevamo bisogno di fare scorta di cibo e acqua.

    Non sapevamo ancora che quella cittadina, nella quale ci eravamo fermati quasi controvoglia, sarebbe diventata casa nostra per i cinque mesi successivi.

    La nostra nuova casa: una stazione di servizio

    Nei primi giorni continuavamo a vivere nel Triton, dormendo nella tenda da tetto presso una stazione di servizio. Durante il giorno, e spesso anche la sera, trascorrevamo parecchio tempo al Cattrall Park, una specie di punto di ritrovo per i backpacker della zona, dove potevamo fermarci con le nostre auto e passare del tempo insieme.

    Il Triton rosso e le sedie da campeggio al Cattrall Park, ritrovo dei backpacker di Karratha
    Una delle nostre serate al Cattrall Park di Karratha, quando ancora vivevamo nella tenda da tetto

    Lì abbiamo cominciato a conoscere altri ragazzi che, come noi, erano arrivati nel Pilbara per lavorare. Molti avevano già trovato un impiego, altri stavano cercando, e ascoltando le loro esperienze abbiamo iniziato a capire meglio come funzionasse la ricerca di lavoro in quella parte dell’Australia.

    Con alcuni amici a lavare i piatti nel bagno della stazione di servizio.

    La cosa che mi sorprendeva di più era quanto facilmente alcuni riuscissero a essere assunti. Noi avevamo trascorso giornate intere a sistemare curriculum e inviare candidature senza ricevere quasi nessuna risposta, mentre altri ragazzi sembravano ottenere un lavoro semplicemente presentandosi con un resume fatto decentemente e dimostrando di essere disponibili a sporcarsi le mani.

    Così abbiamo ricominciato a candidarci per i lavori più disparati: pulizie, giardinaggio, manovalanza e qualsiasi altra mansione potesse permetterci di iniziare a lavorare e accumulare i giorni necessari per il visto.

    Questa volta, finalmente, qualcosa si è mosso. Pochi giorni dopo ho iniziato a lavorare come giardiniere e Maja è stata assunta come cleaner dalla stessa azienda, nello stesso sito. Eravamo arrivati a Karratha senza sapere se qualcuno ci avrebbe mai chiamati e improvvisamente ci ritrovavamo entrambi con un lavoro, pronti a iniziare una quotidianità completamente diversa da quella che avevamo vissuto fino a quel momento.

    Io e Maja all’ingresso del Gas Plant nel quale abbiamo lavorato insieme, prima del turno di 11 ore.

    Quattordici giorni di lavoro e una settimana di “libertà”

    Il lavoro in sé non era particolarmente difficile, ma undici ore al giorno per quattordici giorni consecutivi, seguiti da una settimana libera, erano ritmi ai quali non eravamo assolutamente abituati.

    Il famoso roster 14/7, molto comune anche nei lavori FIFO del settore minerario e industriale australiano, era diventato improvvisamente la nostra nuova routine. Per due settimane la giornata ruotava praticamente tutta attorno al lavoro: sveglia presto, prepararsi, andare sul sito, lavorare per undici ore, tornare a casa, mangiare e cercare di riposare abbastanza per ricominciare il giorno successivo.

    All’inizio eravamo entusiasti. Stavamo finalmente lavorando in Australia, conoscendo persone provenienti da tutto il mondo, guadagnando i nostri primi dollari e, soprattutto, completando poco alla volta gli 88 giorni.

    Dopo settimane trascorse a chiederci se saremmo mai riusciti a trovare lavoro, avere finalmente due stipendi e la possibilità di pianificare le nostre spese era una soddisfazione enorme. Il costo dell’auto e del lungo viaggio aveva pesato parecchio sui nostri risparmi, e poter tornare a mettere qualcosa da parte ci faceva stare molto più tranquilli.

    Lavorando abbiamo iniziato anche a conoscere sempre più persone e a immergerci in una vita che non avevamo minimamente pianificato prima di partire. Avevamo nuovi amici, nuove abitudini, una routine e un’organizzazione delle giornate completamente diversa da quella a cui eravamo abituati in Italia.

    Amici backpacker insieme ai fuoristrada e a un van su terra rossa nel Pilbara
    Gli amici incontrati lungo la strada. Uno dei ricordi più belli di quei mesi a Karratha.

    Turno dopo turno, amicizia dopo amicizia, giorno dopo giorno, ci siamo ritrovati sempre più immersi in quella vita, quasi fino a rimanerne soffocati.

    La settimana libera offriva possibilità praticamente infinite, almeno sulla carta. Potevamo prendere il Triton e partire alla scoperta di un’altra parte del Western Australia, tornare al mare, esplorare un parco nazionale oppure passare qualche giorno senza pensare al lavoro. Il problema era che la stanchezza e lo stress accumulati durante i quattordici giorni precedenti non sparivano certo dopo un paio di notti di sonno.

    Anche perché la casa in cui vivevamo non era proprio il posto ideale per recuperare le energie. Eravamo in cinque a condividere un solo bagno, la pulizia lasciava spesso a desiderare e il rumore era praticamente una costante. Tra i vicini che organizzavano feste con la musica a tutto volume fino al mattino e i movimenti di chi iniziava a lavorare nel cuore della notte, riuscire a dormire bene era diventata un’impresa. Dopo due settimane di lavoro avremmo avuto bisogno di un po’ di tranquillità, ma anche durante i giorni liberi capitava di svegliarsi continuamente e di non riuscire a riposare come avremmo voluto.

    E poi, diciamocelo, riposo non è proprio la parola adatta per descrivere un viaggio on the road nel Pilbara. Dopo quattordici giorni di lavoro, invece di trascorrere la settimana sdraiati su un divano, ci ritrovavamo spesso a percorrere centinaia di chilometri, montare e smontare il campeggio, cucinare in mezzo al nulla e cercare di vedere quanti più posti possibile prima del turno successivo. Bellissimo, per carità, ma non esattamente una vacanza rilassante.

    Durante quei mesi siamo tornati a Exmouth, visitando nuovamente Cape Range National Park, che ancora oggi considero uno dei nostri posti del cuore. Le sue spiagge, il mare cristallino e la possibilità di ritrovarsi immersi nella natura erano alcune delle cose che più aspettavamo durante le settimane libere.

    Una delle tante meravigliose spiagge di Exmouth.

    Abbiamo visitato anche Karijini National Park, un’oasi nel deserto del Pilbara, fatta di canyon, gole profonde, pareti rocciose e cascate spettacolari. È uno di quei luoghi che ti fanno capire quanto sia incredibilmente varia l’Australia e quanto ci sia ancora da scoprire anche dopo mesi trascorsi a viaggiare.

    Karijini National Park. Queste “gorges” (gole) hanno iniziato a formarsi 2,5 miliardi di anni fa.

    Tutte queste esperienze rendevano le settimane libere bellissime, ma allo stesso tempo avevamo iniziato a vivere in funzione del roster. Contavamo i giorni che mancavano alla pausa, cercavamo di organizzare qualche viaggio, poi tornavamo al lavoro e ricominciavamo ad aspettare la settimana successiva di libertà.

    Anche spostarsi fuori dal Pilbara era piuttosto complicato. Karratha aveva un aeroporto, ma per raggiungere molte destinazioni australiane e praticamente qualsiasi destinazione internazionale avremmo dovuto prendere prima un volo per Perth e poi un altro aereo. All’epoca, un semplice Karratha–Perth andata e ritorno poteva costarci intorno ai 600 dollari australiani, da aggiungere al prezzo del viaggio vero e proprio. Considerando che avevamo appena iniziato a lavorare e volevamo recuperare i soldi spesi nei primi mesi, non era proprio la soluzione ideale per concederci qualche giorno di vacanza.

    Così finivamo spesso per scegliere destinazioni raggiungibili in macchina, anche quando questo significava trascorrere buona parte della settimana libera guidando.

    Nel frattempo i mesi passavano a una velocità impressionante. Credo che sia una delle caratteristiche più particolari del roster 14/7: aspetti così tanto la fine delle due settimane di lavoro che, quando finalmente arriva la pausa, ti sembra di non vedere l’ora di recuperare tutto quello che non hai potuto fare. Poi i sette giorni liberi volano, torni al lavoro e ti rendi conto di aver appena trascorso altre tre settimane della tua vita.

    Era una sensazione strana, perché da un lato avevamo sempre qualcosa da aspettare e dall’altro il tempo sembrava scorrere senza che ce ne accorgessimo. Continuavamo a organizzare le nostre giornate attorno ai turni, mentre gli 88 giorni necessari per il visto si accumulavano e i mesi trascorsi in Australia diventavano sempre di più.

    Due galah rosa appollaiati su una recinzione davanti a rocce rosse e al mare nel Pilbara
    I nostri amici galah, tra rocce rosse e mare blu.

    Quando una nuova vita diventa troppo comoda

    A un certo punto abbiamo finalmente completato gli 88 giorni. Avevamo raggiunto l’obiettivo che ci aveva portati fin lì, messo da parte un po’ di soldi e costruito una quotidianità che soltanto qualche mese prima ci sarebbe sembrata impossibile. Avevamo trovato lavoro in Australia, conosciuto tante persone e visitato posti incredibili durante le settimane libere.

    Eppure, nella mia testa, una domanda continuava a diventare sempre più insistente: l’Australia era davvero soltanto Karratha, lavoro, soldi e miniere? Il lavoro che all’inizio mi piaceva e mi aveva dato la possibilità di mettermi in gioco ora era diventato una specie di gabbia dalla quale avevo paura di uscire, proprio perché troppo comoda.

    Le undici ore al giorno, i quattordici giorni interminabili, alcuni colleghi non sempre gentili con me e un senso di vuoto che non riuscivo a spiegare stavano facendo crescere dentro di me una voglia irrefrenabile di andarmene e ricominciare finalmente a vivere in maniera diversa.

    Facendo cosa? Non lo sapevo di preciso, ma una volta completati gli 88 giorni continuavo a chiedermi perché fossi ancora lì, a fare un lavoro che non mi piaceva più e a vivere in un posto che non mi stava dando quasi nulla al di fuori del denaro.

    Era una sensazione strana, soprattutto se ripensavo al motivo per cui avevo deciso di lasciare l’Italia. Ero partito proprio perché avevo paura di rimanere intrappolato nella comodità della vita che mi ero costruito, e dopo pochi mesi mi ritrovavo dall’altra parte del mondo a vivere qualcosa di molto simile.

    Avevo un lavoro stabile, una routine, degli amici e una certa sicurezza economica, tutte cose che inizialmente mi avevano fatto stare bene e alle quali ora facevo fatica a rinunciare. Ogni volta che pensavo di andarmene finivo per chiedermi se stessi facendo la scelta giusta, se non fosse meglio rimanere ancora qualche settimana o magari un altro mese, giusto il tempo di mettere da parte qualche soldo in più.

    Mi rendevo conto che continuavo a rimandare una decisione che, in fondo, avevo già preso. E nel frattempo le settimane passavano, lo stipendio arrivava regolarmente e io mi sentivo sempre più insoddisfatto.

    Così, all’inizio di dicembre 2025, io e Maja siamo finalmente partiti in auto per tornare a Perth.

    Da Karratha a Perth, con Brisbane in testa

    Il nostro programma era piuttosto ambizioso: tornare a Perth, fermarci per circa un mese, sistemare meglio il Triton e partire per un lungo viaggio attraverso l’Australia, fino alla costa orientale.

    Avremmo attraversato il Nullarbor, raggiunto Adelaide, poi Melbourne, Sydney e infine Brisbane, nel Queensland. Avevamo davanti migliaia di chilometri, tantissimi posti da visitare e un’infinità di cose da organizzare. Dopo cinque mesi passati a lavorare a Karratha, l’idea di tornare a viaggiare senza dover pensare al roster era bellissima.

    Da Karratha a Perth ci siamo arrivati davvero. Il resto era il viaggio che avevamo progettato.

    Il viaggio verso Perth mi è sembrato infinito. Quello che all’andata era stato un lungo road trip, durante il quale cercavamo continuamente i posti più incredibili del Western Australia, al ritorno era diventato un interminabile tragitto lungo la National Highway 1, una strada a una corsia per senso di marcia che attraversa centinaia di chilometri di territorio praticamente disabitato.

    Quando finalmente siamo arrivati a Perth, mi sono sentito travolto da una vita che non mi aspettavo di aver dimenticato. Traffico, automobili, centri commerciali, supermercati, negozi e persone ovunque: tutto mi sembrava incredibilmente caotico rispetto alla vita che avevamo condotto durante gli ultimi cinque mesi nel Pilbara.

    Non è stato facile riabituarmi a quella realtà e voglio essere completamente sincero nel dire che proprio in quel periodo stavo iniziando a rendermi conto che dentro di me c’era qualcosa che non andava.

    Avevamo finalmente concluso gli 88 giorni, lasciato Karratha e ritrovato la libertà di decidere dove andare e cosa fare. Eppure continuavo a sentirmi sopraffatto da qualcosa che ancora non riuscivo a comprendere fino in fondo.

    Nei mesi successivi avrei iniziato a interrogarmi seriamente sul mio rapporto con il lavoro, con il tempo, con le aspettative che avevo nei confronti di me stesso e con quel bisogno continuo di fare tutto nel modo migliore possibile. Sarebbe stato un periodo complicato, durante il quale avrei dovuto mettere in discussione parecchie cose che fino a quel momento avevo considerato normali.

    E anche il nostro bellissimo programma per attraversare l’Australia sarebbe andato a farsi benedire.

    Una cosa che sto imparando durante questo viaggio è quanto spesso io e Maja abbiamo fatto programmi nella convinzione che, una volta decisi, le cose sarebbero andate più o meno come le avevamo immaginate. Ci sedevamo, organizzavamo spostamenti, tempi, lavori e itinerari, cercando di prevedere tutto quello che avremmo dovuto fare nei mesi successivi.

    Poi succedeva qualcosa, a volte per una nostra scelta, altre volte per circostanze sulle quali avevamo pochissimo controllo, e ci ritrovavamo a dover cambiare completamente i piani.

    Il viaggio da Perth a Brisbane, attraverso il Nullarbor e lungo la costa orientale, alla fine non lo abbiamo mai fatto. Avevamo impiegato parecchio tempo a immaginarlo e organizzarlo e avevamo anche speso diversi soldi per preparare il Triton ad affrontare un percorso così impegnativo. Pensavamo davvero che quello sarebbe stato il nostro grande viaggio australiano, e invece le cose hanno preso una direzione completamente diversa.

    Ripensandoci oggi, è quasi divertente vedere quanti programmi abbiamo stravolto da quando siamo arrivati in Australia, soprattutto considerando quanto io abbia sempre amato pianificare e cercare di tenere tutto sotto controllo. Ogni volta che pensavamo di aver finalmente capito cosa avremmo fatto nei mesi successivi, puntualmente succedeva qualcosa che ci costringeva a rivedere tutto.

    Non voglio anticipare troppo quello che è successo dopo, perché anche questa è una storia che merita di essere raccontata con calma. Per il momento eravamo tornati a Perth, gli 88 giorni erano finalmente alle nostre spalle e avevamo davanti un periodo che avrebbe cambiato molti dei piani che ci eravamo fatti, oltre al mio modo di guardare alcune cose della vita.

  • Verso nord, senza sapere dove saremmo finiti

    Verso nord, senza sapere dove saremmo finiti

    Un vecchio fuoristrada, una tenda da tetto e la nostra prima avventura attraverso il Western Australia.

    88 giorni, 3 mesi, 12 payslip settimanali. Era questo, più o meno, quello che avevamo in testa per ottenere il secondo Working Holiday Visa. In realtà le regole per completare il lavoro specifico sono un po’ più complicate, ma per noi quei numeri erano diventati il primo grande obiettivo da raggiungere in Australia.

    Tutti i backpacker appena arrivati si precipitano a cercare i lavori più disparati: chi nelle farm, tra fattorie, cattle station e piantagioni, chi cerca un lavoro FIFO (Fly-in Fly-out), spesso nelle pulizie, e chi parte alla volta delle zone più remote dell’Australia, dove molti lavori permettono di completare il requisito dei tre mesi di lavoro.

    Io e Maja, insieme a mia cugina Giulia e al suo compagno Luca, avevamo proprio deciso di spostarci nel nord del Western Australia, in cerca di qualunque lavoro pur di completare i famosi 88 giorni.

    Abbiamo comprato un’auto, un Mitsubishi Triton del 2006 con circa 300.000 chilometri sulle spalle, ci abbiamo piazzato sopra una rooftop tent (tenda da tetto) comprata su Facebook Marketplace — chi usa ancora Facebook? TUTTI GLI AUSTRALIANI — e abbiamo fatto scorta di attrezzatura da campeggio da Kmart, probabilmente il mio negozio preferito in Australia, dove trovi DI TUTTO a prezzi ridicoli.

    Avevamo comprato fornelli, sedie, tavolini, cassettoni di plastica e tutto quello che pensavamo potesse servirci per vivere qualche settimana in macchina. Dopo aver caricato il Triton, sistemato alla meglio quello che non ci stava e controllato per l’ennesima volta di non aver dimenticato nulla, siamo finalmente partiti.

    Per dove? Non lo sapevamo ancora di preciso…

    Il nostro primo road trip australiano

    La nostra prima tappa è stata il Pinnacles Desert, uno dei luoghi più particolari che avessimo mai visto, con enormi distese di sabbia e formazioni rocciose che spuntano dal terreno.

    Appena fuori dal Pinnacle Desert, Luca usa una tanica per fare benzina alla sua auto. La prima stazione di servizio è a centinaia di km di distanza.

    Da lì abbiamo continuato a risalire la costa occidentale, attraversando territori sempre meno abitati, con strade lunghissime e intere giornate durante le quali incontravamo pochissime persone. Spesso rimanevamo senza connessione internet per ore, a volte per giorni, e passavamo il tempo esplorando spiagge, percorrendo piste sterrate e cercando un posto dove fermarci a dormire.

    Eravamo soltanto io, Maja, Giulia, Luca e le nostre auto, con tutto quello che avevamo deciso di portarci dietro. Abbiamo presto imparato sulla nostra pelle che il campeggio non è così aesthetic come si vuole far credere sui social.

    Aprire e chiudere ogni giorno la tenda, usata e con la cerniera rotta (quante maledizioni!), cucinare con il vento che continuava a spegnere la fiamma, il frigorifero che a volte funzionava e altre volte si spegneva senza motivo, i cassettoni di plastica comprati da Kmart che con le vibrazioni del fuoristrada si spaccavano puntualmente, il freddo durante la notte… insomma, la vita da campeggiatori aveva decisamente qualche inconveniente.

    Anche preparare una semplice cena poteva diventare complicato, soprattutto quando arrivavamo stanchi dopo una giornata di guida e dovevamo ancora trovare un posto dove fermarci, aprire la tenda, sistemare le sedie e tirare fuori tutto quello che serviva per cucinare. Il giorno dopo, naturalmente, dovevamo rimettere tutto in macchina prima di ripartire.

    Uno dei nostri primi campeggi in solitaria in Australia.

    In compenso, ci svegliavamo davanti a paesaggi mozzafiato, passavamo le serate sotto cieli pieni di stelle, trascorrevamo giornate intere immersi nella natura e ogni tanto facevamo anche qualche incontro piuttosto particolare con gli animali locali, alcuni dei quali erano talmente strani che non riuscivamo nemmeno a capire cosa stessimo guardando.

    Ci stavamo divertendo parecchio, anche se avremmo presto scoperto quanto potesse diventare complicato trovarsi in difficoltà in un luogo così isolato.

    “Lucky” Bay

    Durante una delle nostre escursioni in fuoristrada, io e Maja abbiamo deciso di seguire alcune tracce di pneumatici sulla spiaggia di Lucky Bay, nella zona di Kalbarri. Era pomeriggio, eravamo soli e senza connessione internet, ma quelle tracce ci sembravano un’indicazione abbastanza rassicurante del fatto che altre auto fossero già passate di lì.

    Abbiamo proseguito per circa quindici minuti, fino a quando abbiamo deciso di tornare indietro. Durante la manovra siamo usciti dai solchi lasciati dalle altre auto e il Triton è rimasto impantanato nella sabbia. Bogged, come dicono gli australiani.

    Foto artistica di un momento poco piacevole. Non riuscivamo ad uscire e il tramonto si stava avvicinando.

    Inizialmente non ci siamo persi d’animo: siamo scesi dalla macchina e abbiamo cominciato a scavare per togliere la sabbia dalle ruote, convinti che con un po’ di pazienza saremmo riusciti a liberarci. Abbiamo provato e riprovato a ripartire, ma a ogni tentativo la macchina sembrava sprofondare sempre di più. Nel frattempo il sole iniziava a tramontare e noi eravamo ancora lì, su una spiaggia isolata, con un fuoristrada di quasi due tonnellate bloccato nella sabbia.

    A quel punto abbiamo deciso di chiamare la polizia per chiedere aiuto. Eravamo a circa 150 chilometri da Geraldton e non avevamo idea di come riuscire a uscire da quella situazione. L’agente con cui abbiamo parlato ci ha spiegato che durante la notte la marea sarebbe salita e che, trovandoci abbastanza vicini all’acqua, rischiavamo seriamente di essere raggiunti dall’oceano.

    Non avevamo scelta: dovevamo abbandonare la macchina e tutto quello che avevamo per cercare di metterci in salvo.

    Pensare di lasciare il Triton lì è stato terribile. Avevamo investito una parte importante dei nostri risparmi per acquistarlo e prepararlo, e in quel momento rappresentava praticamente la nostra casa. Tutti i bagagli, l’attrezzatura da campeggio e tutto ciò che possedevamo in Australia erano dentro quella macchina.

    Ma ormai stava diventando buio e continuare a scavare non sembrava avere più alcun senso.

    Ci siamo incamminati lungo la spiaggia, gridando aiuto e cercando qualcuno che potesse sentirci. Abbiamo camminato per quasi un’ora nel buio più assoluto, senza incontrare nessuno, fino a quando in lontananza ho intravisto alcune luci. Qualcuno stava campeggiando sulla spiaggia e ci siamo precipitati in quella direzione, sperando che potessero aiutarci.

    Quando siamo arrivati abbiamo scoperto che si trattava di un gruppo di YouTuber australiani appassionati di fuoristrada. La prima cosa che hanno fatto quando ci hanno visti arrivare disperati è stata accendere una telecamera e chiederci di ripetere chi fossimo e cosa ci fosse successo. Vi lascio immaginare quanto avessimo voglia di raccontare la nostra disavventura davanti a una telecamera in quel momento!

    Fortunatamente, quando hanno capito la situazione, hanno preso al volo la sfida e ci hanno accompagnati con i loro fuoristrada super modificati fino al nostro Triton, che nel frattempo era rimasto piantato nella sabbia.

    Dopo circa mezz’ora di tentativi e sforzi congiunti siamo finalmente riusciti a liberare la macchina. Ho guidato pianissimo fino al campeggio dove avevamo lasciato Giulia e Luca, ancora molto scosso per quello che era successo. Anche Maja era turbata e nessuno dei due riusciva davvero a realizzare quanto ci fossimo avvicinati a una situazione ben più grave.

    Con l’aiuto di cinque persone e due auto siamo riusciti a tirare fuori l’auto. Era ormai notte fonda.

    Quando siamo arrivati al campeggio abbiamo trovato una macchina della polizia ad aspettarci. I nostri cugini non sapevano dove fossimo da ore e nel frattempo gli agenti erano arrivati per verificare che stessimo bene.

    I ragazzi che ci avevano salvato avevano bevuto durante la serata e non volevano rischiare problemi con la polizia. Noi, ancora sotto shock, gli abbiamo chiesto almeno di aiutarci a spiegare quello che era successo, perché facevamo davvero fatica a trovare le parole per raccontare tutta la vicenda.

    Ci hanno accontentati, i poliziotti li hanno ringraziati per l’aiuto e sono ripartiti verso Geraldton. Anche i nostri soccorritori sono tornati sulla spiaggia e noi siamo finalmente rimasti soli con Giulia e Luca. È stato in quel momento che io e Maja siamo scoppiati a piangere: avevamo letteralmente visto la morte in faccia.

    Ricordo di aver mangiato un uovo, una delle poche cose che avevamo a disposizione, e di essere poi salito ancora tremante nella nostra tenda da tetto. Quella notte è stata l’unica di tutto il nostro viaggio in campeggio durante la quale ha diluviato senza mai smettere. Il vento faceva barcollare la macchina e una tempesta ha quasi distrutto la tenda, mentre io continuavo a pensare a cosa sarebbe potuto succedere se fossimo rimasti su quella spiaggia, senza riuscire a liberare il Triton prima dell’arrivo dell’alta marea.

    Eravamo lì, vivi, e avevamo capito che con l’Australia non si scherza. Fino a quel momento avevamo affrontato il viaggio con tanto entusiasmo e una buona dose di incoscienza, senza renderci davvero conto di quanto potessero essere pericolosi l’isolamento, le distanze, le condizioni del terreno o il cambiamento delle maree.

    Il rispetto per il luogo in cui ti trovi, la consapevolezza dei pericoli e la preparazione per affrontare quello che potrebbe succedere sono cose che nessuno ci aveva mai insegnato e che fino a quel momento non avevamo mai dovuto imparare davvero. È bastata quella notte per cambiare per sempre il nostro modo di affrontare l’avventura.

    Il viaggio continua, ma i soldi diminuiscono

    Il giorno successivo siamo ripartiti, decidendo di separarci dai miei cugini per continuare il viaggio da soli. Nonostante quello che era successo, avevamo ancora tanta voglia di esplorare e nei giorni successivi abbiamo visitato alcuni dei posti più belli del Western Australia, tra cui Francois Peron National Park, Coral Bay ed Exmouth.

    Spiaggia del Western Australia durante il viaggio verso nord

    Continuavamo a vivere nella nostra macchina, a campeggiare e a percorrere chilometri alla scoperta di luoghi incredibili. Nel frattempo, però, un pensiero sempre più insistente aveva cominciato a farsi strada: le settimane passavano, non lavoravamo ormai da mesi e l’Australia si stava rivelando un Paese decisamente costoso.

    Avevamo investito una parte consistente dei risparmi nell’acquisto e nella preparazione del Triton, senza contare il costo del viaggio, il carburante, il cibo e tutto quello che continuavamo a comprare per sistemare la nostra piccola casa su quattro ruote. Ci stavamo divertendo tantissimo, ma iniziavamo a renderci conto che non avremmo potuto continuare così ancora per molto: dovevamo trovare un lavoro.

    Ma che lavoro cerchi dall’altra parte del mondo, in inglese, in luoghi così remoti che spesso ci sono soltanto una stazione di servizio, un pub e un supermercato?

    È quello che ci siamo chiesti quando abbiamo iniziato a distribuire curriculum a Onslow, una piccola cittadina costiera nel nord del Western Australia. Siamo rimasti lì tre giorni, entrando nelle poche attività commerciali, fermando passanti per chiedere se conoscessero qualcuno che cercava personale e trascorrendo ore in biblioteca a rifinire i nostri resume, come vengono chiamati i curriculum in Australia.

    Passavamo continuamente dal computer al telefono, controllando le offerte di lavoro, modificando le candidature e cercando di capire perché nessuno ci chiamasse. La risposta a molte di quelle domande l’avrei trovata quasi un anno dopo, quando avrei imparato a conoscere molto meglio il mercato del lavoro australiano, ma in quel momento eravamo completamente spaesati.

    Abbiamo lasciato Onslow piuttosto scoraggiati, con una domanda che continuava a tormentarmi: e se nessuno ci assume?

    Nel frattempo Giulia e Luca erano arrivati a Karratha, un’altra cittadina industriale del nord del Western Australia, e avevano addirittura trovato un lavoro. Io ero riluttante a raggiungerli, perché dopo l’esperienza di Onslow avevo paura di trovarmi nella stessa situazione e avrei preferito proseguire fino a Broome, una città più grande che immaginavo potesse offrire molte più opportunità.

    In ogni caso dovevamo comprare cibo, fare rifornimento d’acqua e avevamo anche voglia di rivedere Giulia e Luca, così abbiamo deciso di fermarci qualche giorno a Karratha prima di continuare verso nord.

    Non avevamo ancora trovato lavoro e non sapevamo quanto tempo ci sarebbe voluto per riuscirci. Avevamo soltanto deciso di concederci un’altra sosta e capire cosa fare una volta arrivati.

    Alla fine, ancora una volta, le cose sarebbero andate molto diversamente da come le avevamo immaginate.

  • Avevo tutto. Eppure ho deciso di partire.

    Avevo tutto. Eppure ho deciso di partire.

    Dalla comodità di una vita già costruita alla necessità di ricominciare da zero. E a tutte le cose che ho capito soltanto quando ho smesso di darle per scontate.

    All’inizio del 2025 avevo una vita che, vista dall’esterno, poteva sembrare perfettamente avviata. Vivevo in una bellissima casa alle porte di Milano, avevo un lavoro stabile in ufficio, un’auto aziendale, amici e famiglia a pochi chilometri di distanza. Lavoravo da diversi anni, avevo raggiunto una buona stabilità economica e potevo permettermi molte delle cose che desideravo.

    Eppure, da tempo, continuavo a pensare alla possibilità di partire. L’idea di trascorrere i successivi trent’anni seguendo più o meno la stessa routine mi spaventava, soprattutto perché avevo la sensazione che ci fossero ancora tantissime cose che volevo scoprire e che, continuando a rimandare, avrei rischiato di non fare mai.

    Non stavo scappando da una vita terribile e non avevo particolari problemi economici. Avevo però iniziato a chiedermi se quello che mi ero costruito fosse davvero ciò che desideravo per il mio futuro. Mi piaceva la possibilità di viaggiare, conoscere persone diverse, scoprire altre culture e provare a vivere fuori dall’ambiente nel quale ero cresciuto.

    C’è una cosa, però, che oggi riconosco e che all’epoca non vedevo affatto con la stessa chiarezza: davo per scontato quasi tutto quello che avevo. Consideravo abbastanza normale avere un lavoro stabile, una casa confortevole, un’auto aziendale e la possibilità di organizzare la mia vita senza preoccuparmi troppo dei soldi. Mi sembrava semplicemente il risultato degli anni trascorsi a lavorare e delle scelte che avevo fatto.

    Soltanto molto più tardi avrei iniziato a rendermi conto di quanta fortuna ci fosse stata dietro quella normalità.

    La comodità ha un prezzo

    Lasciare una situazione difficile può sembrare una scelta logica. Lasciarne una comoda, invece, è molto più complicato da spiegare.

    Seduto sul pavimento di casa in Italia mentre riparo una lavatrice, con gli attrezzi sparsi intorno
    Io che sistemo (o rompo XD) qualcosa nella mia bellissima casetta a Milano.

    Da un lato mi piaceva la vita che avevo costruito e soprattutto la libertà economica che mi permetteva di fare tante cose senza doverci pensare troppo. Dall’altro, più passava il tempo, più avevo paura che proprio quelle comodità sarebbero diventate un motivo per rinunciare a partire.

    Mi immaginavo a quarant’anni, magari ancora nello stesso ambiente lavorativo, con una casa, un mutuo e una routine dalla quale sarebbe stato sempre più difficile uscire. Non c’era niente di necessariamente sbagliato in quella prospettiva, ma non riuscivo a smettere di chiedermi come sarebbe stato vivere dall’altra parte del mondo.

    Avevo la possibilità di scoprirlo in quel momento e temevo che, continuando a rimandare, un giorno non avrei più avuto la stessa libertà.

    La cosa paradossale è che, mentre desideravo tanto abbandonare quella comfort zone, non mi rendevo davvero conto di quanto fosse privilegiata la posizione dalla quale stavo scegliendo di partire. Ero concentrato soprattutto su quello che sentivo mancarmi, sulle esperienze che volevo fare e su quello che avrei potuto ottenere altrove.

    A molte delle cose che avevo già dedicavo pochissima attenzione, probabilmente perché ero convinto che mi spettassero.

    Aerei da venti euro e notti in aeroporto

    Io e Maja, la mia compagna dal 2022, abbiamo sempre avuto una certa passione per i viaggi poco convenzionali. Quando vivevamo in Italia passavamo parecchio tempo a cercare voli economici verso qualche destinazione europea, spesso scegliendo dove andare semplicemente in base al prezzo del biglietto.

    Ci capitava di organizzare un weekend improvvisato, dormire in aeroporto per risparmiare sull’alloggio, prendere voli alle prime luci dell’alba e magari tornare direttamente al lavoro senza nemmeno passare da casa. A volte bastavano dieci euro di differenza per convincerci a scegliere l’opzione più assurda.

    Era quasi un gioco. Ci divertiva cercare di visitare quanti più posti possibile spendendo poco, rinunciando a qualche comodità e adattandoci a qualsiasi situazione. Potevamo permetterci sistemazioni migliori e viaggi più organizzati, ma spesso preferivamo proprio quel modo un po’ improvvisato di partire.

    La nostra casa-mobile a Mallorca, un van che abbiamo noleggiato per esplorare questa meravigliosa isola, in uno dei tanti viaggi low-cost fatti quando ancora vivevamo in Italia.

    Quando abbiamo deciso di lasciare l’Italia, la nostra prima destinazione è stata il Sud-est asiatico. Per circa due mesi abbiamo attraversato Thailandia e Vietnam, dormendo sui traghetti, per terra, in case condivise e qualche volta anche in hotel di lusso.

    Io e Maja sulla spiaggia di Maya Bay in Thailandia, tra mare turchese e alte scogliere
    Io e Maja a Maya Bay, in Thailandia.

    In Paesi dove con relativamente pochi soldi avremmo potuto concederci sistemazioni confortevoli per tutta la durata del viaggio, abbiamo spesso scelto diversamente. Ci piaceva conoscere le persone, esplorare i luoghi meno turistici, mangiare nei piccoli ristoranti locali e scoprire come si svolgesse la vita quotidiana in contesti completamente diversi da quelli a cui eravamo abituati.

    Durante quel viaggio abbiamo incontrato tante persone, visto paesaggi incredibili e scoperto abitudini che inizialmente ci sembravano stranissime. È una delle cose che continuo ad amare di più del viaggiare: renderti conto che quello che hai sempre considerato normale dipende moltissimo dal luogo in cui sei cresciuto.

    Ripensandoci oggi, però, credo che quelle esperienze fossero state soltanto una preparazione per quello che ci aspettava in Australia. Fino a quel momento potevamo permetterci di scegliere quando rinunciare alle comodità e quando tornare ad averle. Da lì a poco avremmo scoperto cosa significasse vivere per davvero in un Paese straniero, con tutti i problemi quotidiani che questo comporta.

    L’Australia non era una vacanza

    Alla fine di maggio 2025 siamo atterrati a Perth, questa volta senza un viaggio di qualche settimana già organizzato e senza un biglietto di ritorno ad aspettarci. Dovevamo procurarci un mezzo di trasporto, trovare lavoro, sistemare documenti e certificazioni e capire come costruirci una nuova quotidianità dall’altra parte del mondo.

    Abbiamo comprato un Mitsubishi Triton del 2006, un vecchio fuoristrada con circa 300.000 chilometri sulle spalle, ci abbiamo dedicato tempo e soldi per renderlo adatto ai nostri viaggi e siamo partiti verso nord.

    Kalbarri, Shark Bay, Coral Bay, Ningaloo, Exmouth. Abbiamo attraversato alcuni dei luoghi più belli che avessimo mai visto, passando settimane tra spiagge deserte, strade infinite e paesaggi che ancora oggi faccio fatica a descrivere.

    Poi siamo arrivati a Karratha, una cittadina industriale nel Pilbara che sarebbe diventata casa nostra per diversi mesi.

    Ed è proprio lì che ho iniziato a capire quanto fosse diversa la vita di chi viaggia da quella di chi deve effettivamente vivere in un Paese straniero.

    Le notti in aeroporto, i pasti improvvisati e le sistemazioni scomode erano divertenti quando sapevo che dopo qualche giorno sarei tornato a Milano, nel mio letto e con tutte le mie abitudini. Quando invece devi cercare casa, trovare lavoro, fare i conti con i soldi che continuano a diminuire e adattarti a una quotidianità completamente nuova, quelle stesse difficoltà assumono un significato diverso.

    Abbiamo iniziato a vivere in case condivise, lavorare per undici ore al giorno, svegliarci quando fuori era ancora buio e organizzare le giornate in funzione di turni che fino a pochi mesi prima non avremmo nemmeno immaginato.

    La nostra prima “casa” a Karratha: un vecchio e malandato caravan nel giardino di una signora. Meglio della stazione di servizio, ma pioveva dentro e di giorno diventava un forno! Siamo rimasti qui per circa un mese, cercando di renderlo più accogliente possibile.

    Eppure, anche durante i primi mesi in Australia, continuavo a portarmi dietro gran parte della mentalità con cui ero partito dall’Italia. Avrei impiegato parecchio tempo a rendermene conto.

    Ricominciare da zero

    In Italia avevo lavorato per aziende importanti, tra cui Vertiv e Schneider Electric. Avevo un lavoro tecnico, poi una posizione d’ufficio, un’auto aziendale, le trasferte, i pranzi pagati e tutta una serie di vantaggi che, con il tempo, erano diventati parte della mia quotidianità.

    La mia auto aziendale in Italia, Cupra Leon Sportswagon 2.0 TDI 150 cv.

    Ero abbastanza orgoglioso di quella posizione. Mi piaceva l’idea di lavorare per aziende conosciute, indossare la camicia per andare in ufficio, partecipare alle riunioni, visitare clienti importanti e avere un biglietto da visita con un ruolo che suonava bene.

    Oggi, ripensandoci, mi rendo conto che ero molto più affezionato allo status che quei lavori mi avevano dato che al lavoro in sé.

    Non mi sono quasi mai sentito davvero a mio agio in quelle posizioni e, per quanto possa sembrare assurdo, spesso ero il primo a lamentarmi di quello che facevo. Avevo ottenuto una situazione lavorativa che tante persone della mia età mi invidiavano, ma invece di impegnarmi per crescere e sfruttare quelle opportunità, finivo per concentrarmi su quello che non mi piaceva.

    Ho sempre avuto una certa facilità a ottenere quello che mi mettevo in testa. Sono testardo, caparbio e, quando voglio raggiungere un obiettivo, so impegnarmi parecchio. Il problema è che, una volta ottenuto quello che desideravo, spesso perdevo interesse e iniziavo a cercare la strada più semplice per ottenere risultati accettabili con il minimo sforzo.

    Nel lavoro questo atteggiamento mi ha accompagnato più spesso di quanto oggi mi faccia piacere ammettere.

    Non avevo sviluppato tutta quella preparazione tecnica che il mio curriculum avrebbe potuto far immaginare e, in molti casi, mi ero accontentato di quello che sapevo già fare. Eppure ero convinto di essermi meritato pienamente la posizione che occupavo.

    Quando sono arrivato in Australia mi portavo dietro quella stessa convinzione. Pensavo che aver lavorato per aziende così conosciute sarebbe stato sufficiente a farmi trovare rapidamente un buon lavoro. Nella mia testa, quei nomi sul curriculum avrebbero dovuto spalancarmi parecchie porte.

    La realtà è stata molto diversa.

    Mi sono ritrovato a fare il giardiniere, a pulire bagni e a svolgere lavori che non avrei mai immaginato di fare soltanto pochi mesi prima. Ero uno dei tanti stranieri arrivati in Australia con un Working Holiday Visa, parlavo inglese con un accento diverso e nessuno sembrava particolarmente interessato ai nomi delle aziende per cui avevo lavorato in Italia.

    Selfie sorridente e sudato in automobile dopo un turno di lavoro in Australia, con uniforme arancione hi-vis
    “Massacrato” alla fine del turno di lavoro da giardiniere.

    Questa situazione inizialmente mi pesava parecchio, soprattutto perché ero convinto di poter fare molto di più e di meritare qualcosa di meglio. Mi capitava di sentirmi sottovalutato, di irritarmi quando qualcuno mi spiegava cose che consideravo banali e di pensare che le persone intorno a me non avessero capito chi fossi davvero.

    Ripensandoci oggi, credo che l’Australia abbia dato uno schiaffo piuttosto forte al mio ego.

    La mia autostima non è mai stata particolarmente bassa e non credo che questa esperienza l’abbia distrutta. Il problema era piuttosto il modo in cui guardavo me stesso rispetto agli altri. Anche quando mi mostravo disponibile e modesto, sotto sotto tendevo a considerarmi più intelligente, più capace o semplicemente migliore delle persone che avevo intorno.

    Ero umile, ma soprattutto a parole.

    Ammetterlo oggi mi costa meno di quanto mi sarebbe costato un anno fa, probabilmente proprio perché ho iniziato a comprendere quanto quell’atteggiamento condizionasse il mio modo di vivere e di rapportarmi agli altri.

    Non è qualcosa che ho capito dopo una settimana di lavoro o grazie a un singolo episodio. Mi ci sono voluti mesi, diverse esperienze e parecchie riflessioni personali. E ci sono ancora tante cose sulle quali sto cercando di lavorare.

    Ma credo che questo sia stato uno dei cambiamenti più importanti iniziati durante il mio primo anno in Australia.

    Quello che prima non vedevo

    Vivere e lavorare all’estero mi ha fatto conoscere persone con storie completamente diverse dalla mia. Ho lavorato insieme a ragazzi arrivati da ogni parte del mondo, alcuni in Australia per viaggiare, altri per guadagnare e altri ancora con la speranza di costruirsi un futuro migliore di quello che avrebbero potuto avere nel proprio Paese.

    Per la prima volta mi sono trovato, almeno in parte, nella situazione di chi arriva in un Paese straniero e deve ricominciare senza poter contare sui punti di riferimento che aveva a casa.

    Naturalmente ero consapevole di avere una via d’uscita. Ero partito per scelta, avevo dei risparmi e, se le cose fossero andate veramente male, avrei potuto prendere un aereo e tornare in Italia. Molte delle persone che ho conosciuto non avevano questa possibilità, oppure avrebbero dovuto affrontare conseguenze ben più importanti per farlo.

    Anche questa è stata una delle cose che ho impiegato del tempo a comprendere davvero.

    Ho iniziato a guardare con maggiore rispetto le situazioni degli altri e, soprattutto, a interrogarmi su quanto fossero fondate alcune delle convinzioni che avevo su me stesso. Mi sono reso conto di aver giudicato troppo spesso le persone in base al lavoro che facevano, a come parlavano o a quello che avevano ottenuto, senza conoscere praticamente nulla della loro storia.

    Allo stesso tempo, ho cominciato a guardare alla mia vita precedente con una riconoscenza che prima non provavo.

    Questo non significa che oggi desideri tornare a lavorare in un ufficio a Milano. Anzi, continuo a pensare che partire sia stata una delle decisioni più importanti che abbia preso. Semplicemente, ho iniziato a riconoscere il valore delle opportunità che avevo avuto, della stabilità economica che mi ero costruito e delle persone che mi erano state vicine, anche quando io ero troppo impegnato a cercare qualcosa di meglio per accorgermene.

    E soprattutto ho iniziato a capire che il fatto di aver ottenuto determinate cose non significava necessariamente essere migliore di qualcun altro.

    Ne è valsa la pena?

    Non so se esista una risposta definitiva, anche perché questa esperienza è ancora in corso e continuo a cambiare idea su tante cose.

    Ci sono giorni in cui sono felice di essere dall’altra parte del mondo e altri nei quali mi pesa moltissimo essere lontano dalla mia famiglia, dagli amici e dalle persone a cui voglio bene. Mi chiedo spesso quante cose mi stia perdendo mentre sono qui, quanto tempo trascorrerà prima che possa rivedere alcune persone e se, un giorno, rimpiangerò di aver passato così tanti anni lontano da casa.

    Non mi manca particolarmente la vita che facevo in Italia, ma mi mancano le persone che ne facevano parte. E questa è una differenza che negli ultimi mesi ho imparato a sentire sempre di più.

    Allo stesso tempo, so che se fossi rimasto probabilmente avrei continuato a inseguire gli stessi obiettivi, dando per scontate molte delle cose che avevo e cercando continuamente nuove conferme del mio valore.

    Oggi mi interessa molto di più capire cosa voglio fare del mio tempo e che tipo di persona desidero diventare. Ho ancora tanti difetti, continuo a essere testardo, impaziente e a volte troppo esigente con me stesso, ma sto cercando di capire quanto di quello che faccio nasca da un desiderio autentico e quanto invece dal bisogno di dimostrare qualcosa agli altri.

    Non è un percorso concluso e non so nemmeno se lo sarà mai. Per la prima volta, però, sento di voler migliorare soprattutto per me stesso, perché ho una sola vita e vorrei viverla nel modo più pieno possibile.

    Ho creato Fuori Cartolina anche per raccontare tutto questo, insieme ai viaggi, alle fotografie, ai lavori improbabili, alle amicizie e alle esperienze che sto vivendo.

    Ci saranno spiagge spettacolari, viaggi nell’outback e paesaggi incredibili, ma anche turni massacranti, case condivise, decisioni sbagliate e giornate assolutamente normali. Tutte quelle cose che difficilmente finirebbero in una fotografia o in un post su Instagram, e che spesso sono proprio quelle che ricordo di più.

    Le cartoline mostrano una piccola parte di un viaggio, quella che scegliamo di far vedere agli altri. A me interessa raccontare anche tutto il resto, perché è proprio lontano da quella rappresentazione perfetta che ho vissuto alcune delle esperienze più importanti della mia vita.

    La vita vera è fuori dalla cartolina.