Gli 88 giorni. Cinque mesi a Karratha.

Dovevamo fermarci soltanto qualche giorno per cercare lavoro. Siamo rimasti cinque mesi, abbiamo completato gli 88 giorni e abbiamo scoperto una vita che non avevamo mai immaginato.

Quando io e Maja siamo arrivati a Karratha, nel nord del Western Australia, non avevamo ancora trovato un lavoro e iniziavamo a preoccuparci seriamente di quanto ci sarebbe costato continuare a viaggiare senza uno stipendio.

Eravamo partiti da Perth con il nostro vecchio Mitsubishi Triton, una tenda da tetto e l’idea di risalire la costa occidentale fino a trovare un lavoro valido per completare gli 88 giorni richiesti per il secondo Working Holiday Visa. Avevamo attraversato luoghi incredibili, trascorso settimane a campeggiare e vissuto qualche avventura che avremmo preferito evitare, ma nel frattempo i soldi continuavano a diminuire e nessuno sembrava particolarmente interessato ad assumerci.

Tre giorni trascorsi a cercare lavoro a Onslow non avevano portato praticamente a nulla e io avrei preferito continuare verso Broome, dove immaginavo ci fossero molte più opportunità. Mia cugina Giulia e il suo compagno Luca, invece, erano già arrivati a Karratha e avevano trovato lavoro, così abbiamo deciso di raggiungerli per qualche giorno, anche perché avevamo bisogno di fare scorta di cibo e acqua.

Non sapevamo ancora che quella cittadina, nella quale ci eravamo fermati quasi controvoglia, sarebbe diventata casa nostra per i cinque mesi successivi.

La nostra nuova casa: una stazione di servizio

Nei primi giorni continuavamo a vivere nel Triton, dormendo nella tenda da tetto presso una stazione di servizio. Durante il giorno, e spesso anche la sera, trascorrevamo parecchio tempo al Cattrall Park, una specie di punto di ritrovo per i backpacker della zona, dove potevamo fermarci con le nostre auto e passare del tempo insieme.

Il Triton rosso e le sedie da campeggio al Cattrall Park, ritrovo dei backpacker di Karratha
Una delle nostre serate al Cattrall Park di Karratha, quando ancora vivevamo nella tenda da tetto

Lì abbiamo cominciato a conoscere altri ragazzi che, come noi, erano arrivati nel Pilbara per lavorare. Molti avevano già trovato un impiego, altri stavano cercando, e ascoltando le loro esperienze abbiamo iniziato a capire meglio come funzionasse la ricerca di lavoro in quella parte dell’Australia.

Con alcuni amici a lavare i piatti nel bagno della stazione di servizio.

La cosa che mi sorprendeva di più era quanto facilmente alcuni riuscissero a essere assunti. Noi avevamo trascorso giornate intere a sistemare curriculum e inviare candidature senza ricevere quasi nessuna risposta, mentre altri ragazzi sembravano ottenere un lavoro semplicemente presentandosi con un resume fatto decentemente e dimostrando di essere disponibili a sporcarsi le mani.

Così abbiamo ricominciato a candidarci per i lavori più disparati: pulizie, giardinaggio, manovalanza e qualsiasi altra mansione potesse permetterci di iniziare a lavorare e accumulare i giorni necessari per il visto.

Questa volta, finalmente, qualcosa si è mosso. Pochi giorni dopo ho iniziato a lavorare come giardiniere e Maja è stata assunta come cleaner dalla stessa azienda, nello stesso sito. Eravamo arrivati a Karratha senza sapere se qualcuno ci avrebbe mai chiamati e improvvisamente ci ritrovavamo entrambi con un lavoro, pronti a iniziare una quotidianità completamente diversa da quella che avevamo vissuto fino a quel momento.

Io e Maja all’ingresso del Gas Plant nel quale abbiamo lavorato insieme, prima del turno di 11 ore.

Quattordici giorni di lavoro e una settimana di “libertà”

Il lavoro in sé non era particolarmente difficile, ma undici ore al giorno per quattordici giorni consecutivi, seguiti da una settimana libera, erano ritmi ai quali non eravamo assolutamente abituati.

Il famoso roster 14/7, molto comune anche nei lavori FIFO del settore minerario e industriale australiano, era diventato improvvisamente la nostra nuova routine. Per due settimane la giornata ruotava praticamente tutta attorno al lavoro: sveglia presto, prepararsi, andare sul sito, lavorare per undici ore, tornare a casa, mangiare e cercare di riposare abbastanza per ricominciare il giorno successivo.

All’inizio eravamo entusiasti. Stavamo finalmente lavorando in Australia, conoscendo persone provenienti da tutto il mondo, guadagnando i nostri primi dollari e, soprattutto, completando poco alla volta gli 88 giorni.

Dopo settimane trascorse a chiederci se saremmo mai riusciti a trovare lavoro, avere finalmente due stipendi e la possibilità di pianificare le nostre spese era una soddisfazione enorme. Il costo dell’auto e del lungo viaggio aveva pesato parecchio sui nostri risparmi, e poter tornare a mettere qualcosa da parte ci faceva stare molto più tranquilli.

Lavorando abbiamo iniziato anche a conoscere sempre più persone e a immergerci in una vita che non avevamo minimamente pianificato prima di partire. Avevamo nuovi amici, nuove abitudini, una routine e un’organizzazione delle giornate completamente diversa da quella a cui eravamo abituati in Italia.

Amici backpacker insieme ai fuoristrada e a un van su terra rossa nel Pilbara
Gli amici incontrati lungo la strada. Uno dei ricordi più belli di quei mesi a Karratha.

Turno dopo turno, amicizia dopo amicizia, giorno dopo giorno, ci siamo ritrovati sempre più immersi in quella vita, quasi fino a rimanerne soffocati.

La settimana libera offriva possibilità praticamente infinite, almeno sulla carta. Potevamo prendere il Triton e partire alla scoperta di un’altra parte del Western Australia, tornare al mare, esplorare un parco nazionale oppure passare qualche giorno senza pensare al lavoro. Il problema era che la stanchezza e lo stress accumulati durante i quattordici giorni precedenti non sparivano certo dopo un paio di notti di sonno.

Anche perché la casa in cui vivevamo non era proprio il posto ideale per recuperare le energie. Eravamo in cinque a condividere un solo bagno, la pulizia lasciava spesso a desiderare e il rumore era praticamente una costante. Tra i vicini che organizzavano feste con la musica a tutto volume fino al mattino e i movimenti di chi iniziava a lavorare nel cuore della notte, riuscire a dormire bene era diventata un’impresa. Dopo due settimane di lavoro avremmo avuto bisogno di un po’ di tranquillità, ma anche durante i giorni liberi capitava di svegliarsi continuamente e di non riuscire a riposare come avremmo voluto.

E poi, diciamocelo, riposo non è proprio la parola adatta per descrivere un viaggio on the road nel Pilbara. Dopo quattordici giorni di lavoro, invece di trascorrere la settimana sdraiati su un divano, ci ritrovavamo spesso a percorrere centinaia di chilometri, montare e smontare il campeggio, cucinare in mezzo al nulla e cercare di vedere quanti più posti possibile prima del turno successivo. Bellissimo, per carità, ma non esattamente una vacanza rilassante.

Durante quei mesi siamo tornati a Exmouth, visitando nuovamente Cape Range National Park, che ancora oggi considero uno dei nostri posti del cuore. Le sue spiagge, il mare cristallino e la possibilità di ritrovarsi immersi nella natura erano alcune delle cose che più aspettavamo durante le settimane libere.

Una delle tante meravigliose spiagge di Exmouth.

Abbiamo visitato anche Karijini National Park, un’oasi nel deserto del Pilbara, fatta di canyon, gole profonde, pareti rocciose e cascate spettacolari. È uno di quei luoghi che ti fanno capire quanto sia incredibilmente varia l’Australia e quanto ci sia ancora da scoprire anche dopo mesi trascorsi a viaggiare.

Karijini National Park. Queste “gorges” (gole) hanno iniziato a formarsi 2,5 miliardi di anni fa.

Tutte queste esperienze rendevano le settimane libere bellissime, ma allo stesso tempo avevamo iniziato a vivere in funzione del roster. Contavamo i giorni che mancavano alla pausa, cercavamo di organizzare qualche viaggio, poi tornavamo al lavoro e ricominciavamo ad aspettare la settimana successiva di libertà.

Anche spostarsi fuori dal Pilbara era piuttosto complicato. Karratha aveva un aeroporto, ma per raggiungere molte destinazioni australiane e praticamente qualsiasi destinazione internazionale avremmo dovuto prendere prima un volo per Perth e poi un altro aereo. All’epoca, un semplice Karratha–Perth andata e ritorno poteva costarci intorno ai 600 dollari australiani, da aggiungere al prezzo del viaggio vero e proprio. Considerando che avevamo appena iniziato a lavorare e volevamo recuperare i soldi spesi nei primi mesi, non era proprio la soluzione ideale per concederci qualche giorno di vacanza.

Così finivamo spesso per scegliere destinazioni raggiungibili in macchina, anche quando questo significava trascorrere buona parte della settimana libera guidando.

Nel frattempo i mesi passavano a una velocità impressionante. Credo che sia una delle caratteristiche più particolari del roster 14/7: aspetti così tanto la fine delle due settimane di lavoro che, quando finalmente arriva la pausa, ti sembra di non vedere l’ora di recuperare tutto quello che non hai potuto fare. Poi i sette giorni liberi volano, torni al lavoro e ti rendi conto di aver appena trascorso altre tre settimane della tua vita.

Era una sensazione strana, perché da un lato avevamo sempre qualcosa da aspettare e dall’altro il tempo sembrava scorrere senza che ce ne accorgessimo. Continuavamo a organizzare le nostre giornate attorno ai turni, mentre gli 88 giorni necessari per il visto si accumulavano e i mesi trascorsi in Australia diventavano sempre di più.

Due galah rosa appollaiati su una recinzione davanti a rocce rosse e al mare nel Pilbara
I nostri amici galah, tra rocce rosse e mare blu.

Quando una nuova vita diventa troppo comoda

A un certo punto abbiamo finalmente completato gli 88 giorni. Avevamo raggiunto l’obiettivo che ci aveva portati fin lì, messo da parte un po’ di soldi e costruito una quotidianità che soltanto qualche mese prima ci sarebbe sembrata impossibile. Avevamo trovato lavoro in Australia, conosciuto tante persone e visitato posti incredibili durante le settimane libere.

Eppure, nella mia testa, una domanda continuava a diventare sempre più insistente: l’Australia era davvero soltanto Karratha, lavoro, soldi e miniere? Il lavoro che all’inizio mi piaceva e mi aveva dato la possibilità di mettermi in gioco ora era diventato una specie di gabbia dalla quale avevo paura di uscire, proprio perché troppo comoda.

Le undici ore al giorno, i quattordici giorni interminabili, alcuni colleghi non sempre gentili con me e un senso di vuoto che non riuscivo a spiegare stavano facendo crescere dentro di me una voglia irrefrenabile di andarmene e ricominciare finalmente a vivere in maniera diversa.

Facendo cosa? Non lo sapevo di preciso, ma una volta completati gli 88 giorni continuavo a chiedermi perché fossi ancora lì, a fare un lavoro che non mi piaceva più e a vivere in un posto che non mi stava dando quasi nulla al di fuori del denaro.

Era una sensazione strana, soprattutto se ripensavo al motivo per cui avevo deciso di lasciare l’Italia. Ero partito proprio perché avevo paura di rimanere intrappolato nella comodità della vita che mi ero costruito, e dopo pochi mesi mi ritrovavo dall’altra parte del mondo a vivere qualcosa di molto simile.

Avevo un lavoro stabile, una routine, degli amici e una certa sicurezza economica, tutte cose che inizialmente mi avevano fatto stare bene e alle quali ora facevo fatica a rinunciare. Ogni volta che pensavo di andarmene finivo per chiedermi se stessi facendo la scelta giusta, se non fosse meglio rimanere ancora qualche settimana o magari un altro mese, giusto il tempo di mettere da parte qualche soldo in più.

Mi rendevo conto che continuavo a rimandare una decisione che, in fondo, avevo già preso. E nel frattempo le settimane passavano, lo stipendio arrivava regolarmente e io mi sentivo sempre più insoddisfatto.

Così, all’inizio di dicembre 2025, io e Maja siamo finalmente partiti in auto per tornare a Perth.

Da Karratha a Perth, con Brisbane in testa

Il nostro programma era piuttosto ambizioso: tornare a Perth, fermarci per circa un mese, sistemare meglio il Triton e partire per un lungo viaggio attraverso l’Australia, fino alla costa orientale.

Avremmo attraversato il Nullarbor, raggiunto Adelaide, poi Melbourne, Sydney e infine Brisbane, nel Queensland. Avevamo davanti migliaia di chilometri, tantissimi posti da visitare e un’infinità di cose da organizzare. Dopo cinque mesi passati a lavorare a Karratha, l’idea di tornare a viaggiare senza dover pensare al roster era bellissima.

Da Karratha a Perth ci siamo arrivati davvero. Il resto era il viaggio che avevamo progettato.

Il viaggio verso Perth mi è sembrato infinito. Quello che all’andata era stato un lungo road trip, durante il quale cercavamo continuamente i posti più incredibili del Western Australia, al ritorno era diventato un interminabile tragitto lungo la National Highway 1, una strada a una corsia per senso di marcia che attraversa centinaia di chilometri di territorio praticamente disabitato.

Quando finalmente siamo arrivati a Perth, mi sono sentito travolto da una vita che non mi aspettavo di aver dimenticato. Traffico, automobili, centri commerciali, supermercati, negozi e persone ovunque: tutto mi sembrava incredibilmente caotico rispetto alla vita che avevamo condotto durante gli ultimi cinque mesi nel Pilbara.

Non è stato facile riabituarmi a quella realtà e voglio essere completamente sincero nel dire che proprio in quel periodo stavo iniziando a rendermi conto che dentro di me c’era qualcosa che non andava.

Avevamo finalmente concluso gli 88 giorni, lasciato Karratha e ritrovato la libertà di decidere dove andare e cosa fare. Eppure continuavo a sentirmi sopraffatto da qualcosa che ancora non riuscivo a comprendere fino in fondo.

Nei mesi successivi avrei iniziato a interrogarmi seriamente sul mio rapporto con il lavoro, con il tempo, con le aspettative che avevo nei confronti di me stesso e con quel bisogno continuo di fare tutto nel modo migliore possibile. Sarebbe stato un periodo complicato, durante il quale avrei dovuto mettere in discussione parecchie cose che fino a quel momento avevo considerato normali.

E anche il nostro bellissimo programma per attraversare l’Australia sarebbe andato a farsi benedire.

Una cosa che sto imparando durante questo viaggio è quanto spesso io e Maja abbiamo fatto programmi nella convinzione che, una volta decisi, le cose sarebbero andate più o meno come le avevamo immaginate. Ci sedevamo, organizzavamo spostamenti, tempi, lavori e itinerari, cercando di prevedere tutto quello che avremmo dovuto fare nei mesi successivi.

Poi succedeva qualcosa, a volte per una nostra scelta, altre volte per circostanze sulle quali avevamo pochissimo controllo, e ci ritrovavamo a dover cambiare completamente i piani.

Il viaggio da Perth a Brisbane, attraverso il Nullarbor e lungo la costa orientale, alla fine non lo abbiamo mai fatto. Avevamo impiegato parecchio tempo a immaginarlo e organizzarlo e avevamo anche speso diversi soldi per preparare il Triton ad affrontare un percorso così impegnativo. Pensavamo davvero che quello sarebbe stato il nostro grande viaggio australiano, e invece le cose hanno preso una direzione completamente diversa.

Ripensandoci oggi, è quasi divertente vedere quanti programmi abbiamo stravolto da quando siamo arrivati in Australia, soprattutto considerando quanto io abbia sempre amato pianificare e cercare di tenere tutto sotto controllo. Ogni volta che pensavamo di aver finalmente capito cosa avremmo fatto nei mesi successivi, puntualmente succedeva qualcosa che ci costringeva a rivedere tutto.

Non voglio anticipare troppo quello che è successo dopo, perché anche questa è una storia che merita di essere raccontata con calma. Per il momento eravamo tornati a Perth, gli 88 giorni erano finalmente alle nostre spalle e avevamo davanti un periodo che avrebbe cambiato molti dei piani che ci eravamo fatti, oltre al mio modo di guardare alcune cose della vita.


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